Il 700 è di moda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se Maria Antonietta fosse vissuta ai giorni nostri sarebbe un’influencer più importante di Chiara Ferragni. La regina ha lanciato tante di quelle novità che gli echi si risentono ancora oggi

Lo si vede anche nelle collezioni della primavera-estate che rivisitano il periodo del Petit Trianon. In questa porzione del giardino di Versailles che il re regalò alla sua giovane sposa, Maria Antonietta creò un universo personale e intimo, lontano dai fasti della corte dove poteva abbigliarsi con abiti meno elaborati di quelli in voga a corte. Qui nacque la “chemise à la Reine” (l’abito leggero simile alla camicia da notte) che si abbinava al cappello di paglia, al grembiule e ai capelli corti. Se Valentino, Gianbattista Valli, 3.1 Phillip Lim, Marni e Fendi (solo per citarne alcuni) si sono limitati a ricreare lo stile campestre della sovrana con tessuti leggeri e fantasie floreali, Rhyanna nella collezione disegnata per Puma ha calcato la mano. «La mia ispirazione? – ha detto la popstar a margine della sfilata Fenty X Puma - Ho immaginato Maria Antonietta in palestra». E così le tute sono morbide, il completo pantalone è lavorato da sembrare realizzato in pizzo mentre gli short sono abbinati a una casacca trasparente e il corsetto si sposa con ogni mise. Insomma uno streetwear tutto pizzo, perle e volant declinato nei colori rosa pastello o verde militare che sarebbe veramente stato il prediletto di Maria Antonietta se, al posto di Rose Bertin, la sovrana avesse avuto Rhyanna come “curatrice d’immagine”.

Valentino
Giambattista Valli
3.1 Philip Lim
Marni
Fendi
Fenty by Puma

«Rose Bertin – spiega Daniela Degl’Innocenti, curatrice della mostra organizzata dalla Fondazione Museo del Tessuto di Prato “Il Capriccio e la Ragione. Eleganze del Settecento europeo” – fu la prima sarta a rivendicare il ruolo di “artista”. Fu lei a trasformare Maria Antonietta da semplice arciduchessa austriaca a sfarzosa regina di Francia». Da dopo l'incoronazione la regina incontrava Rose Bertin (che venne soprannominata dalla corte “il ministro della moda”) regolarmente due volte alla settimana per farsi consigliare sulle nuove tendenze. Compito non facile visto che il cerimoniale prevedeva che per ogni stagione la regina si mostrasse con “12 nuove vesti di gala, 12 abiti fantasia e 12 da cerimonia”. Questi andavano a completare il guardaroba che si rinnovava ogni anno di 100 mise diverse. «Ogni abito – continua Degl’Innocanti – poteva costare anche 50mila degli odierni euro, basti dire che la seta aveva lo stesso costo dell’oro. Per costruire un vestito completo di corpetto e strascico, che nella maggior parte dei casi veniva usato per un solo evento, si impiegavano più di 10 metri di stoffa e mesi di lavoro. I materiali usati erano così costosi che, quando l’abito non veniva più indossato, veniva regalato alla chiesa. Qui le abili mani delle sarte lo disfacevano e impiegavano il tessuto per creare paramenti sacri o coperture per arredi».

Abito femminile, manifattura italiana, 1765 ca. Gallerie degli Uffizi
Corpetto femminile, Italia, sec. XVIII, Gros de Tours liseré broccato Corpetto femminile steccato diviso in due metà collegate da stringhe Museo Stibbert
Scarpe, Italia, 1760-1770 Gros de Tours liseré broccato, in seta, filo d’oro e d’argento, frisé e lamellare con tacco a rocchetto e punta arrotondata. Fodera in lino, calcagno e sottopiede in pelle di capretto, suola e sottotacco in cuoio Museo Stibbert
Pianelle in broccato di seta con opera a motivo floreale e trame in filo metallico dorato. Ruche decorativo in seta verde al collo del piede Museo Salvatore Ferragamo
Ventaglio con stecche di avorio intagliate e dipinte; ventola in carta dipinta con scene galanti e decori floreali, Italia, sec. XVIII Avorio intagliato, dorato e dipinto, carta dipinta Museo Stibbert
Abito maschile in tre pezzi, manifattura veneziana, fine XVIII – inizio XIX sec. Gallerie degli Uffizi

La magnificenza e la varietà dei tessuti che permisero lo sviluppo di abiti così sfarzosi era frutto delle politiche del controllore generale delle finanze, Colbert che, sotto il regno di Luigi XIV, aveva intrapreso una politica volta allo sviluppo dell’industria. Incoraggiati con copiose sovvenzioni, con la concessione di edifici di proprietà dello Stato, con titoli nobiliari, e anche con la concessione del monopolio in alcuni determinati settori di produzione, gli industriali svilupparono nuovi tecnologie che permisero di ottenere stoffe mai viste prima.

Lampasso broccato, Francia, sec. XVIII Fondazione Antonio Ratti
Lampasso lanciato e broccato, Francia, sec. XVIII Fondazione Antonio Ratti
Lampasso broccato, Francia o Italia, sec. XVIII, Museo del Tessuto
Bottoni metallici rotondi, con bordo in madreperla intagliata, Francia, sec. XVIII, Sotto il vetro paesaggi esotici dipinti su pergamena Museo Stibbert
Bottoni in porcellana Wedgwood con figure mitologiche classiche a rilievo bianco su azzurro, Inghilterra, sec. XVIII, fine porcellana dipinta, manifattura Wedgwood Museo Stibbert

Tessuti, abiti e altri manufatti settecenteschi saranno in mostra al museo di Prato a partire dal 14 maggio. Oltre 100 reperti tra tessuti, capi d’abbigliamento femminili e maschili, porcellane, accessori moda (scarpe, bottoni, guanti, cappelli), dipinti e incisioni provengono dalle collezioni dei maggiori musei italiani. Dal museo della moda e del costume delle Gallerie degli Uffizi, dal museo Stibbert e dal museo Salvatore Ferragamo arrivano abiti maschili e femminili e scarpe mentre dal museo del Tessuto di Prato e dal museo Studio del Tessuto della Fondazione Ratti di Como una serie di tessuti antichi con rarissimi esemplari in seta.

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